giovedì 12 novembre 2009


TRANSMONGOLIAN EXPRESS


Steppa, solo steppa. Ovunque, a perdita d’occhio. L’anticamera del deserto del Gobi si veste di tre soli colori: l’azzurro terso del cielo, il verde stinto dei pochi ciuffi d’erba, il marrone della terra piatta che avvolge ogni cosa. Qualche tenda e alcuni cavalli impegnati nella vana ricerca di un po’ d’acqua. Tutto qui.
Duecentocinquanta chilometri a sud-est di Ulan-Bator, il treno 4 diretto a Pechino ferma a Choir. C’è un’aggraziata stazioncina neoclassica, con fregi e stucchi. La guida dice che qui vivono tredicimilatrecento persone: difficile da credere. Alle spalle della stazione si vede solo un paese fantasma. La piazza principale (non ce ne può essere un’altra) è avvolta dalla sabbia del deserto. Sterrata, sui quattro lati ha altrettante “passerelle” di lastre di finto marmo. Circondata da orribili case a due piani, ha l’unica vera attrazione in una stranissima statua posta su un possente basamento di pietra bucherellato dalle ricorrenti tempeste di sabbia. È l’omaggio a Guragchaa, primo e unico cosmonauta mongolo.
Nel 1981, raccontano le scarsissime informazioni su di lui, i sovietici lo cooptarono per un viaggio nello spazio di otto giorni. La Mongolia era, allora, nell’orbita comunista. Così come poi sarebbe stato politically correct per gli americani annoverare afroamericani, donne e latinoamericani tra gli adepti della NASA, allo stesso modo l’URSS voleva mostrare la sua benevolenza verso gli amici mongoli. Il nome di Guragchaa, purtroppo per lui, non figura nel nutritissimo elenco delle biografie dei cosmonauti del blocco sovietico. Forse bisognerebbe cercarlo sotto la voce “Cosmo”, il nome che l’ex ufficiale – allora trentaquattrenne – scelse per sé e il suo clan. Sansar, la parola mongola per “cosmo”, diventò il suo cognome. «Ne abbiamo parlato in famiglia e sono stati tutti d’accordo. Anche ai miei amici e colleghi la scelta è piaciuta», ha dichiarato in un’intervista del 2000.
Sulla pensilina alcune vecchiette vendono acqua minerale e gassosa trasportate in stazione dentro sacchetti di plastica e scatole di cartone. Il paesaggio è lunare: ci sta a proposito questa statua completamente argentata che sembra quasi fatta di carta stagnola. Un corpo maschile seminudo proteso verso il cielo quasi in punta di piedi. Un corpo scultoreo, il bacino avvolto pudicamente da un velo e il braccio sinistro teso che sembra voler lanciare nell’orbita terrestre un piccolo razzo: l’allegoria del mitico viaggio di Guragchaa.

A quindici chilometri da qui, una volta, c’era la più grande base militare dell’aerea sovietica. Fino al 1992 era territorio off-limits. La città militare si chiamava Bag, c’erano diverse sculture che riproducevano i caccia MIG e numerosi edifici, ora abbandonati o saccheggiati.
Choir è diventata zona franca, ma perché fermarsi qui? Se lo chiede anche il macchinista, che infatti riparte con il suo seguito di carrozze, passeggeri e sacchi colmi di roba da vendere. Il treno numero 4 prosegue spedito verso Pechino: sono trenta ore e mezza di viaggio da Ulan-Bator. È il mio primo treno cinese, e mi fa rimpiangere quelli russi. Non ci sono gli asciugamani, il set di lenzuola è gratuito, ma sporco. I cuccettisti sono due maschi tracagnotti dall’aria persa, parlano solo cinese e non si capisce se vogliano rendersi utili o prenderti per il culo. Non ci sono né tè né caffè. Solo le tazze, quelle sì. Il ristorante non ha lo zucchero, o sostiene di non averlo. Nei bagni la carta igienica è dispensata con il contagocce. Nel libro dei passeggeri, a parte i messaggi scritti in cinese, giapponese, coreano e altre lingue orientali, si segnalano annotazioni di svedesi, francesi, belgi, olandesi e tedeschi, tra cui un significativo «Fuck you» e un improbabile «Lo rifarei».
Impossibile addentrarsi nelle viscere del treno, verso la famigerata terza classe. Nyet razrshayetsa, non è permesso.
Alla stazione di Ulan-Bator una vecchia avvolta in uno splendido costume tradizionale viola aveva tirato fuori dalla tunica una bottiglietta e un cucchiaio di plastica. Ci aveva versato il liquido biancastro della bottiglietta (latte?) e lo aveva lanciato verso il treno in partenza. Un segno be-neaugurante.
Ormai siamo in pieno deserto del Gobi. Reinhold Messner se l’è fatto tutto a piedi, qualche anno fa: duemila chilometri in sei settimane. A piedi, in solitaria, senza contatti col resto del mondo tranne un rilevatore satellitare. Uno zaino di quaranta chili e una riserva di venticinque litri d’acqua. «In nessun’altra parte del mondo ho trovato un’ospitalità simile».
Il Gobi occupa un terzo della Mongolia. I dépliant turistici mostrano fantastiche dune di sabbia bianca, rocce rosso fuoco e altopiani mozzafiato. Esistono, sì, ma sono l’eccezione. Perché questo deserto è tra i più aridi della Terra: sassi e arbusti a perdita d’occhio. Le dune sono appena il tre per cento della superficie totale e la pioggia cade solo ogni due o tre anni.
«A un certo punto, dopo dieci giorni di cammino ero rimasto praticamente senz’acqua – racconterà Messner al ritorno – e per decine di chilometri intorno non c’era nessuno. Né un centro abitato, né famiglie di nomadi».
A salvarlo penserà una pattuglia della polizia mongola: senza saperlo si era avvicinato troppo a una zona off-limits, non lontana dal confine con la Cina.
Una traversata da est a ovest, dalla Muraglia Cinese alle terre alte del Pamir. Anche quindici ore di cammino al giorno, con massime che superano i quaranta gradi e notti sotto zero, in tenda od ospite di pastori nomadi.
Certo, Messner è Messner. E gli altri? Per chi ha tempo, ma soprattutto soldi, c’è il meglio a disposizione: un volo interno da Ulan-Bator, qualche ora di fuoristrada ed ecco i paesaggi da sogno. Anzi, da cartolina. Tre o quattro giorni all-inclusive. Costosissimo, elitario, indimenticabile.
A guardare fuori dal finestrino, invece, viene solo da dormicchiare: è una distesa infinita di sabbia e pietre, con i pali del telegrafo e qualche traliccio dell’alta tensione a creare giochi di simmetrie verticali. Vicino ai binari, reti e recinti impediscono agli animali di finire sotto il treno. Ogni tanto incrociamo qualche interminabile treno merci stracarico di carbone. In lontananza, quasi sulla linea dell’orizzonte, s’intuiscono piste battute per camion, cave di sabbia, rottami di camioncini o macchine. Le poche case sono tutte a ridosso delle rotaie. Nessuno sale, nessuno scende.
Nel desolante nulla del Gobi compaiono all’improvviso due casette. Sul tetto c’è una parabola. Un nugolo di bambini gioca in cortile con una palla di pezza, mentre il confine con la Mongolia Interna si sta avvicinando sempre di più. È proprio da queste parti che cadde l’aereo privato di Lin Biao, il successore di Mao alla guida della Cina. Era il 13 settembre 1971. Poco più di due anni prima, nell’aprile del 1969, il congresso del Partito Comunista lo aveva nominato erede del grande Zedong. Nel frattempo Lin Biao era diventato un po’ troppo ingombrante. Le cronache dicono che Mao avesse ormai deciso di “purgarlo”, ma da quel momento in poi non ci sono più certezze. Il numero due scomparve nel deserto del Gobi a bordo di un piccolo aereo. A quanto si dice non vennero più ritrovati né i resti del velivolo né tanto meno quelli del suo illustre passeggero. La versione ufficiale del Partito Comunista fu più o meno questa: Lin Biao stava ordendo un complotto contro Mao; vistosi scoperto, aveva cercato di fuggire in Unione Sovietica; da qui l’incidente.
Su cui, da allora, hanno messo una pietra: quelle proprio non mancano, nel Gobi Desert.

(capitolo tratto dal libro "Con tutti i posti che ci sono")